lunedì 28 marzo 2011

Il lavoro è un bene privato

IL LAVORO E' UN BENE COMUNE, dice la Fiom.

Troppo facile rilevare in questo slogan una mentalità ancora troppo "comunista", ma che non caratterizza solo la Fiom, caratterizza tutto il sistema sindacale: la pretesa di poter gestire i diritti altrui come fossero diritti collettivi.

Solo un concessione può essere forse fatta a questa visione: Il lavoro non è un bene comune, ma è comune l'interesse a scrivere leggi e regole che garantiscano le libertà di tutti; ed è interesse comune rispettarle e farle rispettare.

IL LAVORO E' UN BENE PRIVATO.
Questa è la realtà, ovvia.

Stando al Codice Civile, per maggior precisione, è un bene economico con cui si scambiano altri beni economici.

Come tale è fonte di diritti, individuali.

Come tale il legittimo proprietario di tali diritti è il lavoratore stesso.

Come tale il lavoratore dovrebbe avere, ma così non è, piena autonomia privata, quindi libertà contrattuale.

Al massimo, come accade in molti altri casi, dovrebbe poter scegliere liberamente a chi affidare la rappresentanza dei propri interessi, attraverso il "trasferimento" di alcuni diritti.

Schema molto semplice, ma ben lontano dalla realtà attuale.

Oggi i sindacati gestiscono i diritti di milioni di lavoratori senza aver mai ricevuto un mandato diretto, con un sostegno sicuramente minoritario da parte dei lavoratori, solo sulla base della propria forza politica, secondo un sistema non molto diverso da quello corporativo di epoca fascista.

Ma, fatto ancor più grave, i sindacati non hanno alcuna responsabilità: non devono rispondere a nessuno e in nessun modo di questa gestione, nè ai lavoratori nè a nessun altro.Non devono rispondere nemmeno del mancato rispetto delle regole, regole che loro stessi si sono dati.

In sintesi, il sistema sindacale vive in una dimensione extra legem.

Sono problemi fondamental questi, che riguardano milioni di lavoratori, e che quindi influenzano l'intero sistema produttivo ed economico del paese.

Servirebbero quindi risposte concrete per riuscire a liberare tutto il vero potenziale delle nostre risorse umane, perchè molti sono i campi in cui questo potenziale viene compresso proprio per lo strapotere sindacale.

Risposte molto diverse da quelle tentate fino ad ora sia dai sindacati che da Confindustria.

I mutamenti in corso nel campo delle relazioni industriali e della contrattazione rischiano di accentuare soltanto i problemi: Spostare la contrattazione dal livello nazionale a quello aziendale, non offrirà maggior libertà ai lavoratori.

I sindacati si troveranno ancora con maggior potere, e senza alcun effettivo controllo.

Non è molto difficile immaginare quali potrebbero essere conseguenze.

La strada è quella delle riforme, ma per accrescere la libertà del lavoro.

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